sabato 30 giugno 2007

A Snake of june, di Shinya Tsukamoto (2002).

Quarto lungometraggio importante (ma ne ha fatti ben di più) dopo Tetsuo: the iron man (1989), Tokyo Ken (1995) e Bullet Ballet (1998), questa pellicola, premio speciale alla mostra di Venezia del 2002, è prima di tutto uno dei più convincenti film sulla fotografia che abbia visto fin’ora e in particolar modo sull'uso di tipo compensativo e catartico, a livello psicologico, che se ne può fare.

L’intera pellicola, al di là del racconto vero e proprio, sembra giocare simbolicamente e come struttura sulla visione e il riconoscimento di sé stessi secondo un senso ormai diffuso di sdoppiamento e quindi spesso solo attraverso l'occhio della macchina fotografica: unicamente mediante la continua rappresentazione di noi stessi intesa come specchio impietoso.

L’intera pellicola è girata in bianco e nero e virata blu, propriamente in blu e nero, molto sgranata, probabilmente per sottolineare ancora una volta l’effetto di analisi ed ingigantimento della realtà propri del mezzo fotografico, secondo la sana tradizione che va da Blow Up in poi. L’uso emotivo del colore in questo film ricorda i migliori e più audaci esperimenti di Kurosawa, non a caso altra fonte d’ispirazione del regista, soprattutto mi fanno venire in mente quel gioiello che è Dodes’ ka-Den (1970, in cui i verdi che contaminano letteralmente l’ambiente restituiscono l’angosciosità di un mondo completamente alla deriva, sia fisiologica che psicologica.

E’un Antonioni del cinema giapponese questo Shinya Tsukamoto, che produce i suoi film integralmente, vecchio stile, curandone ogni aspetto: la fotografia, l’illuminazione, il soggetto e la sceneggiatura, arrivando a montare individualmente ogni film. Un vero filmaker, spesso anche attore nei suoi film, apparentemente incurante delle caratteristiche industriali della sfera del cinema e amante delle atmosfere cupe e Cyberpunk dei film di Cronenberg (e si vede).

Una coppia curiosamente assortita comprende una giovane e bellissima donna, Rinko, (splendida Asuka Kurosawa), impiegata in un centro di igiene mentale e suo marito, Shigehiko, un uomo molto più anziano di lei, insignificante e anonimo, vittima delle proprie manie, tra le quali un folle bisogno di igiene a tutti i costi e la vera e propria paura del proprio organismo e dei propri umori. Tra i due coniugi in ogni istante del film traspare sentimento, in particolare (ed incomprensibile) modo da parte di lei, che ha cercato forse in quest’uomo qualcosa di rassicurante di cui aveva bisogno, ma la vita dei due sembra anche rassegnata ad una soffocante monotonia, alla freddezza e alla totale mancanza di scambi d’affetto e di una qualunque forma di sessualità. Tutta questa mancanza di vita, il costante contatto con la sofferenza e la follia altrui (anche la madre del marito è pazza e lui non è proprio normale), fanno ammalare la giovane di tumore al seno. A quel punto un fotografo, interpretato dallo stesso Tsukamoto, al quale lei ha salvato forse la vita o che comunque l’aveva contattata telefonicamente restandone colpito, avendo compreso, dato che anche lui è malato di cancro, il suo malessere, inizia un gioco sadico e inizialmente molto perverso di liberazione della libido della donna, costringendola, attraverso un “ricatto fotografico”, a mettere in pratica i suoi desideri più segreti (intendo quelli di Rinko). La vicenda si svolge per tutta la prima parte del film in un’atmosfera sospesa, di vera angoscia, amplificata dalle immagini di un’anonima metropoli giapponese malata e piovosa, grigia e soffocante, vista sempre e solo nei dettagli e quasi mai per intero. Questo tipo di visione, molto frammentaria e puramente fotografica, porta in ascesa la tensione dello spettatore calando i personaggi in posti assurdi e irriconoscibili, come la fabbrica in cui una serie di uomini in giacca e cravatta sono costretti, attraverso monocoli, ad osservare scene di morte o di violenza, in un clima che non è possibile ricondurre né alla finzione, né alla realtà. Alla fine il fotografo, testimone del suo stesso dissolversi, si trasformerà da persecutore in una specie di angelo vendicatore (altamente simbolici sono il bacio che dà a Shigehiko prima di punirlo per la sua cecità, o i tentacoli di plastica nei quali sembra lo voglia strangolare), che farà capire ad entrambi, ma soprattutto al marito sopito, l’importanza di ognuno di essi per l’altro e venire alla luce, sia pure bruscamente, la loro bellezza. L’uomo amerà il corpo non più perfetto della donna, liberatosi da tutte le sue distruttive ossessioni, in un conclusivo e liberatorio atto carnale. Un lieto fine dunque, anche se tirato per i capelli e che non lascia tranquilli, anzi, che fa pensare alla fragilità umana, alla follia e a quanto poco possano durare i momenti di felicità che spesso non si è nemmeno in grado di autoprocurarsi. Un finale che non concede sicurezze nemmeno dopo l’ultimo dei titoli di coda.

A Snake of June è un film che consiglio di vedere, in nome dell’originalità delle forme, per il profondo senso estetico, per non rischiare di diventare troppo trappola di sé stessi, per non avere paura delle contaminazioni. Anche questa una pellicola estrema che o piace o non piace, ma almeno viva e di sicuro effetto, vera antitesi del patinato.

Millennium Actress (Chiyoko Millennial Actress), di Satoshi Kon.


Un mio amico mi ha fatto presente l’esistenza di questo nuovo guru dell’animazione giapponese di cui non sapevo quasi nulla fino a poco tempo fa. Decisa dunque a farmi una cultura filmografia su di lui ho cominciato col vedere questo suo secondo lungometraggio animato che si è rivelato comunque totalmente inaspettato, in special modo per la sua forma.

La storia è presto detta: in occasione della demolizione degli studi cinematografici Ginei, il regista Genya e il cameraman Kiyoji decidono di realizzare un documentario dedicato all'attrice più rappresentativa di tali studi: Chiyoko Fujiwara. La donna, ormai anziana e ritiratasi dalle scene, accetta di essere intervistata dai due; durante l'incontro Genya restituisce all'attrice una misteriosa chiave, oggetto a lei molto caro ma creduto perduto da tempo. Anche grazie ai ricordi fatti scaturire dal ritrovamento del prezioso oggetto (che diventa in maniera piuttosto prevedibile chiave della porta del tempo), Chiyoko inizia a narrare la sua storia, in cui la carriera d'attrice si lega indissolubilmente all'amore idealizzato per un giovane pittore conosciuto fugacemente e mai dimenticato. Nel corso del racconto, la memoria della donna confonde la realtà con la finzione dei film da lei interpretati e così un'unica storia d'amore e di vita vissuta viene narrata attraverso diverse epoche, luoghi e ruoli. La Storia con la S maiuscola diventa allora quella di una sola persona, e viceversa. Quella che viene raccontata, attraverso una struttura temporale e spaziale assai articolata ed originale, è alla fine la storia dell’eterna ricerca dell'amore, anzi, del senso dell’amore più che altro in quanto ricerca di altro da sé, ma attraverso un millennio di Storia giapponese. I piani narrativi e temporali variano continuamente con l'avvicendarsi delle ambientazioni e delle epoche storiche e la cosa che forse mi ha colpita di più, più della storia in quanto omaggio al cinema, all’arte e alla recitazione, è proprio questo senso del tempo che ne deriva, estremamente dilatato, reiterato, manipolato e sconvolto. E’ un tempo che ti si incolla addosso, che si trasforma in residuo percettivo e che permane anche dopo che l’anime è bello che finito. Un tempo centripeto, reso perfettamente, trascinante e vorticoso nella vicenda, ma anche nella visione del film, che si rivolge letteralmente su se stesso, che dà la netta sensazione del ricordo, in un eterno confondersi tra i tempi. Guardare questo film è stato un po’ come entrare in una spirale…particolarissimo, ed ennesima testimonianza di quale efficiente manipolatore della temporalità possa essere il cinema o l’audiovisivo in generale. In quanto attrice, la protagonista Chiyoko non può che raccontare la sua storia personale attraverso i film da lei interpretati: storici, melodrammatici, di guerra, di fantascienza, ma con innumerevoli virtuosismi di regia, il racconto passa dall'epoca dell'espansionismo militare giapponese (realmente vissuto da Chiyoko in gioventù) all'epoca del Giappone feudale (ovviamente vissuto soltanto nei film), al periodo Meiji, al futuro, agli anni ‘50, in un avvicendarsi di finzione filmica e realtà storica che, nella memoria dell'anziana donna, sono una cosa sola. É l'amore che muove la storia di Chiyoko: tutto è spinto dalla passione in questo film e la stessa vicenda narrata perde importanza di fronte al sentimento d’amore assoluto che la sintetizza e che in effetti il film comunica, talvolta esagerando.

Di questa intensa narrazione, il regista e l'operatore non sono semplici ascoltatori: con una felice e divertente trovata, anche i due intervistatori si trovano sempre nel bel mezzo dell'azione, anch'essi attori in questa “Storia di tutte le storie”. Al termine dell'intervista, la Storia con la S maiuscola e la storia personale di Chiyoko si incontrano nel presente, che è soltanto un punto di partenza per un nuovo futuro, simboleggiato dal ritrovamento della chiave perduta che Genya restituisce alla donna. Tale futuro vedrà di nuovo l'incontro tra la finzione e la realtà. Alla fine, infatti, ciò che emerge dalla storia di Chiyoko (sia il suo passato raccontato che il suo presente e futuro) è lo scorrere della Storia e della vita e di conseguenza anche l'ineluttabilità della vecchiaia e della morte, ma nella visione ottimistica e circolare di Kon, la morte non è che un nuovo inizio e una diversa prosecuzione di quella stessa ricerca d'amore che aveva sempre mosso e portato avanti la vita di Chiyoko.

Pur non eccelsa, l'animazione di Millennium Actress è comunque di ottimo livello, ma quello che più colpisce dell'aspetto visivo del film è la grande bellezza dei fondali e la genialità di certe scelte cromatiche ed artistiche. Mi riferisco soprattutto alle scene in cui Chiyoko attraversa la Storia camminando attraverso quadri, stampe, immagini, riproduzioni disegnate di foto in bianco e nero (illuminate solo da alcuni sprazzi di colore, ad esempio il bianco-rosso delle bandiere giapponesi), pitture in stile primo novecento per il periodo Meiji, e così via. Curiosa anche la colonna sonora del compositore techno-electro Susumu Hirasawa, spesso in contrasto con le immagini.

In conclusione il film non nasconde certo le proprie alte ambizioni e ci è mancato poco che non diventasse un cervellotico e presuntuoso esercizio iper-intellettualistico, ma per fortuna resta in primo luogo un appassionante film d'amore e avventura, con molte belle trovate visive, qualche alleggerimento comico e nessun momento di noia. Certo, è un film che si può gustare appieno solo se si mette in moto il cervello, ma anche senza capirne tutte le sottigliezze e le simbologie, è assicurato un bello spettacolo, senza dubbio intelligente. Resta il sospetto di un po' di compiacimento, il film può non piacere proprio perché più che agire a livello di sceneggiatura, lo fa su un piano simbolico e temporale, ma ha comunque la mia opinione positiva.

Campeggio Gaio, Happy Campers o Maials Camping: la parodia di un film sull'adolescenza, che non è una parodia!


Questo che ho visto per caso è sicuramente il film di uno che si è alzato un giorno la mattina e ha deciso di costruire un'intera pellicola su due semplici proposizioni: "un sorriso è un sorriso" e "la vita è una fregatura", vale a dire: il tautologico all'ennesima potenza. Di fronte a questa pellicola una volta di più mi chiedo: perché tale Daniel Waters, al suo esordio, ha tutti questi soldi da buttare letteralmente via per produrre un film esteticamente bello quanto assolutamente inutile?! Com'è possibile che si riesca ad essere così mancanti di talento a livello da non riuscire nemmeno a raccontare una storia con un minimo di criterio logico? Il terribile sceneggiatore del film avrà letto qualche fiaba, qualcosa che abbia una concatenazione causa-effetto, da piccolo?

Mai visto un prodotto (sul serio, mai!) con una così totale mancanza di struttura, assolutamente incapace di trasmettere qualsivoglia emozione e in cui sentimenti e relazioni amorose fossero espresse talmente male. Ogni evoluzione nelle vicende sentimentali dei protagonisti rovina letteralmente su se stessa: degli sviluppi relazionali si illustrano solo le conseguenze o le si intuiscono da molto lontano. La pellicola dà l'idea allucinante e non voluta di un film visto da qualcuno che salta qua e là dei pezzi e ne ricompone frettolosamente il senso. Ogni avvenimento precipita nella storia come se gli stessi personaggi ne fossero già a conoscenza e non si potessero nemmeno stupire o non ne fossero mai realmente sconvolti. Anche di sessualità si parla a caso, non ci si ironizza e non la si prende nemmeno sul serio, proprio sulla scia del "né carne né pesce". Che orrore…bah, forse ho sbagliato ed era un film dell'orrore…allora me ne accorgo solo adesso, mea culpa! L'orrore di film di terribili che vengono prodotti uno sull'altro, mentre c'è gente qui che non riesce nemmeno a finire i suoi lavori. Che tristezza, ho addosso tutta l'angoscia di chi spende 20 euro per un libro pessimo: è un'amarezza ce non ci si toglie più di dosso!

Ricapitolando: un film che non parla di sentimenti, né di problemi, in cui nonostante discorsi molto superficiali non c'è né un ordine da corrompere, né un disordine da costituire. Solo caos e casualità, all'infinito, un pizzico di surrealtà sparsa qua e là, un po' di droghe, molta schizofrenia, non si vedono adulti, non si scorgono adolescenti e nemmeno i loro stereotipi.

Geniale, un film sul niente che parla di niente, che non riesce nemmeno ad essere erotico o un po' porno, un film da niente, ma confezionato come un cioccolatino Rocher (ed è questa la cosa che mi spiego di meno). La bellezza della fotografia è un insulto alla bruttezza del film e arriva, proprio per questo, a stonare pesantemente e dunque è anch'essa da bocciare. Questo film sarebbe dovuto essere girato a casa di una tredicenne con una MiniDV e si sarebbe detto dell'adolescente, che non era portata.

Pessimo.

lunedì 25 giugno 2007

World of Predatorcraft

Cinema e videogiochi si fondono ancora una volta.Girato, montato e interpretato da alcuni miei compagni di gilda, vi presento Predator reinterpretato in chiave WoWiana. Enjoy. :)



Il link su WarcraftMovies.com e su Digg.com.

Mazinga Zetto!

Ahahah, meraviglia, ormai lo guardo ogni ora o giù di lì.
Non so quanti di voi di siano nati e/o cresciuti a Genova, ma questa parodia genovese di Mazinga Z è fantastica.
E non preoccupatevi se non capite il dialetto genovese, ci sono i sottotitoli.

martedì 19 giugno 2007

Politics, di Adam Thirlwell


Dunque dunque…questo libro me lo prestò una carissima amica ventilandone i discorsi vagamente osceni ed erotici, ma non solo; diffidando allegramente l’ho praticamente divorato.

A quanto ne so questa dovrebbe essere l’opera prima del giovanissimo autore (ventottenne), considerato, dicono, tra i migliori narratori britannici delle nuove generazioni. Il nostro londinese si è dato nel romanzo alla Sex Comedy, ma in maniera del tutto inaspettata, schietta da fare paura e scritta bene, semplicemente (de)scritta bene. Consigliando a chiunque, a tempo perso, di darsi a questa piacevole lettura, quantomeno per saperne di più circa la propria ed altrui sessualità, racconto un po’ di come una storia che sembra appunto trattare inizialmente di fenomeni legati alla sfera del sessuale, tra una serie curiosa di flashback e di flashforeward che sviluppano l’intreccio della vicenda, sia riuscita invece a parlarmi d’amore e di relazioni sentimentali, non solo di coppia. Si potrebbe obbiettare dicendo che forse tutta questa esplicitezza è gratuita, che magari punta proprio allo stupire, ma se si segue davvero la storia di una Nana che paradossalmente, pur essendo un personaggio ben determinato, rappresenta dal mio punto di vista una gran quantità di donne (e forse chissà, anche di uomini), ci si chiede come abbia fatto questo ragazzo a parlare di politica seriamente e in maniera più chiara di qualunque parlamentare italiano, di società, di teatro, di gentilezza e di morale, definendone in gran parte le caratteristiche e semplicemente concentrandosi sul sesso a tre. Politics è un esempio lampante di come le idee si possano costituire in una fitta trama di collegamenti, di connessioni logiche tra le cose e insieme di parole che rendono percepibile uno sguardo attento e pungente sulla realtà. Il narratore ci parla direttamente e in maniera anche molto furbesca, metaletteraria e ci trascina qua e là, dove vuole lui, col dito puntato a farci osservare fenomeni che nei rapporti umani si ripetono sempre, a livello di sia di micro che di macro realtà.

In poche parole direi: un libro esilarante, intelligente, malizioso, alla fine sociologico. Un piccolo lampo di genio e una lettura alternativa per questa estate.

Non piacesse o scandalizzasse, almeno è un libro curioso!

martedì 12 giugno 2007

Napoli Film festival

Per chi è dalle parti di Napoli, la sera del 18 giugno al cinema Filangeri, può vedersi Joel & Ethan Coen fare una marchetta per promuovere il loro ultimo film, No Country for Old Men. Per i fan più feticisti la cosa può essere veramente interessante dato che parteciperà anche Frances McDormand, la poliziotta gravida più famosa della storia del cinema... O forse l'unica?


Swear Jar

forse poteva l'idea poteva essere sviluppata meglio.
ma cmq è f.......divertente

giovedì 7 giugno 2007

This is Living

Sony con PlayStation rivoluzionò il mondo dei videogiochi. Non tanto per i giochi stessi, anche se il 3D fu una novità tutt'altro che di poco conto, ma quanto piuttosto per il modo di pubblicizzare i propri prodotti e, di conseguenza, la percezione del pubblico nei riguardi degli stessi.
Da prodotti per giovani maschi con qualche brufolo di troppo, i videogiochi diventarono non solo un qualcosa di cui non vergognarsi, ma addirittura di cui andare fieri e di cui fregiarsi con orgoglio. Sony riuscì a far piacere i videogiochi a gente che li aveva sempre considerati un qualcosa da sfigati.
Nintendo ha portato avanti ulteriormente questa rivoluzione con le sue console più recenti, Wii e DS, ma ne parleremo in un'altra occasione.

Simboli di questa rivoluzione sono le campagne pubblicitarie sempre più coraggiose e, se vogliamo, sempre più distaccate dal concetto di videogioco vero e proprio. Per il lancio di PlayStation 2, Sony ingaggiò addirittura David Lynch per creare gli spot.
Lo spot che trovate qui sotto è la versione uncut di uno dei tanti che fanno parte della campagna This is Living, lo slogan che ha accompagnato il lancio di PlayStation 3, la nuova console di Sony. Se volete approndire, qui trovate i video degli altri spot.

Il filmato è una piccola gemma di citazionismo meta-ludico, in cui il bello sta nell'individuare quali sono i giochi citati.
E se qualcuno riconosce il pezzo di sottofondo, mi faccia sapere.

mercoledì 6 giugno 2007

ogni famiglia è psicotica


mentre in italì la famiglia è un'entità da difendere da non meglio precisati attacchi, nel cinema indipendente americano è un soggetto da bistrattare e ridicolizzare in tutta la sua assurdità e (diciamolo) follia.
Ora, fare una filmografia dei film che mostrano una famiglia ontologicamente folle nei suoi componenti e organizzazioni sarebbe un lavoro tropo grande.
per ora meglio raccontare brevemente un film come The Squid and The Whale di Noah Baumbach che io conoscevo solo per essere lo sceneggiatore del memorabile The Life Aquatic With Steve Zissou.
La storia parla di una famiglia "intellettuale" in crisi, con due figli di diversa età che affrontano diversi problemi tra cui quello enorme della separazione dei genitori con la conseguente spartizione della loro vita in due case, due strade ecc..

il film ha evidenti e lampanti connotazioni wes anderseniane (???!!), e questo lo avrei detto indipendentemente dal fatto che il film stesso è prodotto da wes anderson. infatti non sopporto i giudizi su un film che vanno ad evidenziare l'influenza del più famoso produttore di turno (ricordo romance&sigarettes di turturro prodotto dai coen...e tutti a dire film coeniano, quando di coeniano ha poco o nulla, ma cmq) ma in questo caso la cosa è talmente lampante ed evidente che non si può non notare.
c'è lo stesso umorismo "sottotono", lo stesso distacco ironico, la stessa ricerca di personaggi al di fuori dal tempo (qui siamo nei tardi '70) e cmq assolutamente riconoscibili e caratterizzati: lo scrittore fallito, il prof, il maestro di tennis, il ragazzino con comportamenti (e vizi) d'adulto.
c'è persino un gioco musicale molto sottile sulla musica dei pink floyd che per certi versi rimanda al bowie in portoghese di zossou..
quello che manca è il genio..l'assuoluta inventiva visiva di anderson, la ricerca dell'immagine giusta, del momento isolato dalla narrazione.

grandi personaggi, belle e divertenti situazioni, alcune trovatone ecc..ecc..manca solo la scintilla per fargli fare il salto di qualità.
rimane un bel film
incompiuto.

vado oltre?
ma nooo.

helvetica

i documetari si fanno anche sui font.

sabato 2 giugno 2007

Omaggio ai cinema minori

Proprio lo scorso weekend si chiacchierava col buon Stefano di come parlare dei filoni cinematografici dell'Europa dell'Est faccia molto figo negli ambienti accademici che contano.
E noi, per non essere da meno, segnaliamo una perla di rara bellezza che ci arriva dritta dritta dalla Turchia... il Rambo turco!



Direi che un "Mamma li turchi!" qui ci sta tutto. Che sia uno dei primi lavori di Ozpecoso?

Splendido il bazooka a munizioni infinite (avrà attivato il cheat) e il ritardo con cui gli attori "muoiono" dopo un'esplosione. Lacrimuccia per gli effetti sonori delle pistole.

venerdì 1 giugno 2007

lost...."avanti tutta"...ffw

la terza serie è finita.
c'è voluto un po' a metabolizzare il finale, che apre nuove strade specie nella narrativa che andrà a giocare non più in "cosa succederà" ma in "cos'è successo".

un colpo geniale ma, secondo me, rischioso..
mooolto rischioso.
ovvero, per tenere in piedi questa nuova linea narrativa ci vuole una scrittura con le palle, senza flessioni.

se finora lost ha avuto alti e bassi, beh, dalla 4 serie non se li potrà più permettere,
vedremo se sanno cioé che fanno.

(già nella season finale, per me il fatto che il mentitore ben, dica la verità mi sembra un piccolo tradimento per lo spettatore..ma ne parleremo)


ah, se "the others" sono i buoni per davvero.
allora attendo con ansia i cattivi!

nota negativa:
jack non morirà.

joost...la tv senza la tv?

i creatori di kazaa prima e di skype hanno rivenduto tutto per investire i soldi nel progetto joost.
e questo fa ben sperare per il futuro, dato che i tipi non ne hanno poi sbagliato molte.
joost è un programma (windows e mac intel) che in teoria dovrebbe portare la tv sul computer, ma in maniera diversa da come fanno le numerose antennine per il digitale terrestre.
joost infatti si ripropone di organizzare a livello globale la streaming tv, dettando nuovi parametri qualitativi e organizzativi.
in poche parole ti colleghi a joost, guardi un po' che canali ci sono a disposizione, ne selezioni uno (che ne so, le notizie della routers) e guardi che video sono disponibili per lo streaming in quella data.

per certi versi è un'evoluzione di democracy ma con la particolarità che in joost non scarichi una ceppa, hai tutto in streaming.

detto questo, l'interfaccia è molto carina, la qualità diciamo più che sufficiente (ma hai bisogno di mooolta banda) e la programmazione..bhé, come per democracy, è un poco misera.
non misera come quantità di offerta, ma come qualità
vi sono alcune chicche, su tutte (per me) il canale che mette in streaming film muti e i vari canali dedicati ai cortometraggi.
ma diciamo che non sarà certo abbastanza per attirare molti utenti.
per il resto avete video musicali a volontà, e vari highlights di sport.

ma cmq credo proprio che finché le major della tv non investiranno su questo progetto, rimarrà sempre marginale. il sogno consiste in avere disponibli serie tv e vari programmi, anche intervallati da pubblicità, ma cmq sempre a disposizione in streaming.
cosa ostaggiata dalle varie tv satellitari e via cavo, ma che però consentirebbe in qualche modo di arginare la pirateria.
per ora siamo ad anni luce da questo e la popolarità di joost risiede secondo me nell'esclusivo invito per poter scaricare la beta del programma..tutti desiderano ciç che non è a disposizione.
invito, cmq, che io ho ottenuto in vie misteriose. e che mi appresto a girare a chi vuole.
basta che me lo diciate in un commento a questo post.
(a delu ho già provveduto, non so quanti me ne sono rimasti di inviti, ma proviamo)

Le vite degli altri

Se ne sentiva proprio il bisogno. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio e la forza morale di denunciare quel vasto sistema di sopprusi e non rispetto della privacy che si era costituito in Germania dell'est. E chi lo sapeva che la Stasi spiava gli intellettuali dissidenti? E chi lo sospettava che a qualche ministro della DDR poteva non essere sconosciuta l'arroganza? é giunto il momento che la verità venga a galla, che si facciano distinsioni tra paesi autoritari e illiberali vicini all'Unione Sovietica, paesi che ti ritrovi i microfoni in casa, paesi che chi è al potere ha dei privilegi che tu non hai, paesi che per avere successo non conta il talento ma a chi la dai, e il nostro mondo di diritti.
Repubblica e Corriere condividono in pieno la retorica de La vita degli altri; mi pare invece che questa ne costituisca il punto debole. Soprattutto coloro i quali devono ingoiare il rospo di sentire ancora gente che si ostina a sostenere che il capitalismo è più pericoloso del comunismo (tipo gli ultimi due papi), hanno accolto questo film come un'arma in più nelle loro mani. Me li immagino uscire dalle sale con un ghigno di soddisfazione a dire: "Ecco, vedete cosa succedeva là? Visto che avevo ragione?". Per la verità a me la storia del tizio spiato mi faceva venire in mente le intercettazioni, il gossip, i reality show. Mi faceva pensare a cosa succede ai dissidenti oggi dove i mezzi a disposizione dei servizi segreti sono un pelino più avanzati di quelli della stasi; io mi sforzavo di contestualizzare, ma a fare il ministro pappone e ignorante c'hanno messo la cosa più simile a Mastella che esista in Germania! La protagonista femminile invece è un'attrice che si concede al suddetto ministro per arrivare al successo. In questo, effettivamente, la diversità la si avvertiva: si sa che da noi attrici e veline vengono selezionate in base ad infallibili criteri tesi tutti a valutarne talento e bravura.

La storia funziona ed è commovente, il film è ben fatto tanto che si fatica a credere che il regista sia un esordiente (giovanissimo)- i premi vinti sono meritati. Ma per dio, perché ridurlo ad un inutile documentario di rete quattro? o di raiuno?

N-Io e Napoleone,

I nuovi film italiani sono deprimenti. Le pellicole che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali. Non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni '60 e '70 e alcuni film degli anni '80, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia
Quentin Tarantino. Qualche giorno fa.

Probabilmente non si sarebbe divertito neanche con questo “N” di Paolo Virzi, in un’ora e mezza, manco un inseguimento sugli asini o un colpo di sciabola. Ma a me è piaciuto molto.

C’è quella straordinaria capacità della commedia all’italiana di fare Commedia con materiale drammatico. Le forti tensioni sociali, gli amori irrealizzabili, i propositi di uccidere e di uccidersi non sono proposti in astratto o messi sullo sfondo di altri avvenimenti, ma sono lì, dentro la storia narrata ed espressi sullo schermo. E però il tutto è impacchettato da commedia, da storia (con la s minuscola) di persone credibili e reali, che s’incazzano e si scontrano e si sfogano. E funziona. E spesso fa ridere.

La trama è presto detta: L’Imperatore in vacanza forzata sull’isola D’Elba ottiene come scrivano personale, il giovane intellettuale Martino, dedito alle belle arti e anarchico come tutti i ventenni. Il giovine lo odia al contrario degli altri isolani, ma accetta il compito di trascriverne i pensieri, pur di assaporare il piacere di vendicare tutti i morti ammazzati per volere del tiranno. Ce la farà? Certo che no.

Tra gli attori: Auteuil interpreta l’imperatore sconfitto, ed è quasi scontato dire che lo fa magistralmente. Basta mettergli un cappello, ed è la copia sputata. Per di più, parla quel mezzo italiano con forte accento francofono che lo rende credibilissimo.
Mai visto ma la Bellocci recitare così bene. Sarà che per il ruolo di baronessa di Città di Castello, snob ma un po’ cafona, parla il suo dialetto, quindi la voce non scazza come solito.
E l’anarchico Martino è interpretato da Emilio Germano, pure in Mio fratello è figlio unico, che non ho visto, ma le mie amichette sedicenni dicono che lì abbia surclassato il nuovo idolo Scamarcio.

davedere davedere davedere

giovedì 31 maggio 2007

Chi compra DVD pirata...

... è uno sfigato.
O così è quanto vuole farci credere lo "splendido" spot che, a quanto pare, passava un po' di temopo fa nei cinema italiani prima degli spettacoli.



Meraviglioso. Altro che gli spot francesi della campagna contro l'AIDS, tzè, questa è creatività vera.

Il videogioco perfetto per mia madre

Mia madre ha una passione sfrenata per Dirty Dancing. Sì, proprio quel film.
Ora, immagino che il terribile pensiero stia cominciando a farsi strada nelle vostre menti e che l'orrore si stia impadronendo di voi. E a ragione, visto chs sì, qualcuno sta sviluppando un gioco basato su Dirty Dancing. Mi viene un po' la pelle d'oca solo a scriverlo...

Direi che non c'è nient'altro da aggiungere, se non la splendida vignetta di Penny Arcade al riguardo.

I've had... the time of my life...

mercoledì 23 maggio 2007

South Park Mac vs. PC

ok..questo è abbastanza carino.

martedì 22 maggio 2007

Blood-The last Vampyre: cominciamo parlare di Anime

Ho rivisto di recente questo mediometraggio animato che intravidi anni fa senza dimenticarne le immagini impressionanti, ma avendo rimosso completamente nome e contenuto. Rivendendolo ho capito perché e ho deciso di dedicarmi con fervore alla visione della serie televisiva che ne è stata tratta (Blood+) e che attualmente è visibile solo in Giappone, ma che un gruppo di fan chiamato Full Metal Alcoolist ha deciso di diffondere sottotitolato in italiano. Mi sono detta, visto che su questo blog si parla di moltissime serie Tv, che tra l’altro conosco poco perché non le amo moltissimo, o che forse semplicemente non conosco, che sarebbe bello parlare anche di Anime (e di meravigliosi ne conosco una valanga) e di serie manga! Dato che pecco in serie tv ma ho visto tonnellate di cartoni animati, da oggi verserò il mio contributo in questo senso.

Parlando invece di Blood, the last vampyre, ecco la vicenda. Anni sessanta. Yokota, base militare americana in Giappone. Alla vigilia dello scoppio della guerra del Vietnam, un gruppo di agenti segreti giunge dagli States per far luce su alcuni misteriosi casi di suicidio avvenuti fuori e dentro la base. Tra questi uomini in nero c'è anche Saya, una giovane dal volto perennemente corrucciato, che nasconde dietro all'immagine di comune liceale un'attività di cacciatrice di vampiri. E proprio ai vampiri si devono queste morti sanguinose; vampiri (o chirotteri) che si nascondono tra i comuni soldati o addirittura tra i loro famigliari. A fare da spettatrice a questa cruenta caccia al demonio, che per ironia della sorte avrà luogo durante la festa di Halloween, sarà una mite dottoressa che, dopo aver aiutato Saya nell’impresa, sarà costretta a negare tutto alle autorità. Blood the last vampire è definita come l'opera più commerciale e disimpegnata a cui l'Oshii autore, per inciso quello post-Lamù, ha prestato il suo nome. Il mediometraggio è diretto da Kitakubo Hiroyuki e fa parte di un progetto "multimediale" concepito dalla I.G Production, comprendente anche 3 romanzi (il primo dei quali, La notte delle bestie, scritto appunto da Oshii), un manga, e un video-game per la Playstation 2. L’idea di sviluppare una storia su un piano narrativo multimediale non rappresenta di certo una novità nel panorama Giapponese (e non solo) e lo stesso Oshii aveva già lavorato in tal senso creando insieme al team di Headgear la lunga saga di Patlabor sviluppatasi negli anni in Tv, in Home Video e al cinema, oltre che in edicola sotto forma di manga. La production I.G. continua a sfornare lavori decisamente interessanti. Basti pensare a Jin Roh, alla serie Stand alone complex di Ghost in the shell. L’impronta fondamentale nella realizzazione di questo anime è fornita da Mamoru Oshii, già autore di Ghost in the shell, dei due film di Patlabor e del recente live action Avalon, presentato al festival del cinema di Cannes. Venendo a mancare la conoscenza di quanto narrato nei romanzi, nel fumetto e nel video-game la visione del film si riconduce unicamente ad un semplice svago di 48 minuti (di buona fattura, questo sì), che non fornisce allo spettatore nessun indizio circa i personaggi e il loro background, e che ci offre un falso finale senza alcuna risposta (lasciando davvero sulle spine). Un'occasione mancata insomma, almeno fino al momento in cui il Blood Project non troverà una distribuzione completa in occidente, soprattutto in America dove il film è già stato distribuito nelle sale cinematografiche.

Blood è stato presentato come il primo anime interamente realizzato in digitale. Sono stati combinati due tipi di animazione diversa: quella tradizionale su rodovetro (applicata però al supporto digitale e non alla pellicola) e la moderna Computer Graphic 3D. Il tratto è originalissimo e atipico per un anime, assai ricco di dettagli, è ammirevole l’uso delle luci e delle ombre, che sfruttano le migliaia di sfumature messe a disposizione dalla grafica digitale, assolutamente indispensabili all'atmosfera transilvanico-gotica che si è desiderato ricreare nell'ambiente militare della base americana. Questo anime è stranamente affascinante, tanto da colpire lo spettatore alla prima visione. Innanzitutto lo stile si allontana da quello tipico dell’animazione giapponese, avvicinandosi invece a quello del cinema, dalle parti di Kitano. Difatti la prima parte del film, escluso il folgorante incipit, è costellata di numerosi tempi morti, che accumulano azione col passare del tempo, la quale esplode poi in tutta la sua violenza nella parte conclusiva della pellicola.
Il lato tecnico è stupefacente: i colori sono sfumati, caldi, soffusi, in modo da rendere le sequenze scure come l’animo delle creature assassine e da disorientare per quanto riguarda la collocazione temporale, restituendo in maniera immediata l’idea di un personaggio fuori dal tempo, proveniente, come capiamo da una vecchia foto della famiglia Vampyre, da un passato remoto e destinata a vivere sempre le stesse esperienze, a sterminare, in ogni tempo, forse il suo stesso genere. L’ambientazione rimanda agli anni cinquanta, o a quelli legati alla fine della seconda guerra mondiale, ma alcuni elementi discordano con questa teoria, lasciando lo spettatore ancora una volta in una condizione di dubbio. La regia è fortemente realistica, non ci sono inquadrature “impossibili” da riprodurre nella realtà, forse per dare maggiore solidità alla storia, per renderla più credibile. D’altronde non si può classificare Blood the last vampire come un semplice film sui vampiri. La profondità dell’approccio eleva il discorso affrontato su di un piano che prevede riflessioni filosofiche e sociologiche, in particolar modo è posto l’accento sul concetto di razzismo, sulla futilità della guerra (discorso che verrà portato avanti moltissimo nella serie Tv, parlando della guerra in Vietnam e del rapporto forzato con gli Stati Uniti che il paese vive come un peso ancora oggi). Questo risvolto non è immediatamente chiaro, solo nel finale si intuisce il vero senso dell’opera, nel gesto simbolico della protagonista, apparentemente fredda e meccanica, considerabile un efficientissimo strumento da guerra, che vive una profonda ed inaspettata pietà per il chirottero che ha appena ucciso, quasi potesse capire le sue ragioni e suoi bisogni, facendogli bere il proprio sangue (anche se si vede poi nella serie come il sangue di Saya sia veleno per i vampiri). L’aiuto che lei fornisce va al di là delle mere considerazioni di tipo morale, tocca una sfera più universale, cioè la necessità di saper convivere con il prossimo, vanificata dalla natura umana, che, spietata ed egoista, soddisfa la regola della scelta razionale. Tutto ciò porta l’uomo a distruggere il proprio simile, in un’apoteosi di violenza insensata, la cui essenza storica è rappresentata dalla guerra. Le immagini che fanno da sfondo ai titoli di coda mostrano momenti bellici: il vero vampiro, si sa, è l’uomo stesso, alla continua ricerca di sangue altrui e di soddisfare i propri istinti omicidi.

Un’anime che mi ha colpita per la fattura, per le immagini potenti e commuoventi oltre che tanto particolari da disorientare un po’, che sottendono a ricerche formali, come quella sul colore, che sembrano appartenere molto più al mondo dell’illustrazione francese che a quello delle serie giapponesi, ma anche per la vicenda che si lascia solo intravedere e che sviluppata poi nella serie si dimostra capace di raccontare anche la Storia oltre che un’avventura romantica. Peccato davvero che il film visto così, senza il suo contesto produttivo, presenti moltissime lacune narrative (altrimenti si sarebbe affermato come piccolo capolavoro, dal mio punto di vista), perché tutto sommato anche con pochi tratti era riuscito a rendere la psicologia dei personaggi. Si lascia la visione del film in preda ad una serie di domande opprimenti: chi è Saya, da dove viene, perché uccide, anche lei è un chirottero, perchè proprio lei, è l’ultima di quale stirpe, cosa le è accaduto, quanti sono i chirotteri, cosa vogliono dall’uomo? E così via, all’infinito, desiderosi di darsi delle risposte. Dunque il soggetto attrae e quando poi si trovano risposte alle domande nella serie Tv, si resta invece delusi dalla scomparsa dei tratti molto poco manga di Saya, sostituiti da un disegno molto più semplice e tradizionale. Tuttavia, innamorati dei due occhi azzurri del mediometraggio, si vive bene anche la serie, comunque ben fatta, alla ricerca della storia di Saya.

Una storia violenta


Scritto da John Wagner, uno dei punti fermi del fumetto inglese da più di trent’anni, vincitore di diversi Award per le sue sceneggiature, creatore dei soggetti ad esempio di Judge Dredd e Button Man e disegnato da Vince Locke, autore di “cosucce” come Deadworld, Sandman e American Freak, questa Graphic Novel rispecchia bene il titolo che si porta appresso. Identica nel prologo a all’incipit del film di Cronenberg (anzi, è il film a cominciare nello stesso modo), per il resto si differenzia notevolmente dalla pellicola, che da questo ha preso ispirazione. Tom ripercorre nella seconda parte del fumetto un unico forte episodio della sua gioventù: una ragazzata compiuta per assecondare un amico il cui fratello era stato ucciso a sangue freddo da un boss della mafia di Brooklyn, che dà l’idea di come ci si possa trovare in certe pericolose situazioni un po’ per bisogno e un po’ per assoluto caso. Il piano di furto e di contemporanea vendetta dei due adolescenti va in porto segnando anche il più grande massacro di boss della Mafia della storia americana, il nostro Joey-Tom riesce a fuggire con una parte dei soldi (l’altra era destinata alla cura della nonna malata) e ad andare molto lontano a rifarsi la vita che vediamo all’inizio, mentre sembra che l’amico Richie, avendo ostentato troppo la sua conquistata ricchezza, sia stato individuato e soppresso dal figlio del Boss principale, tale Manzi. Detto tutto questo, la storia in tutta la sua semplicità e sinteticità si fa agghiacciante nella terza parte del racconto, quando facendo un baffo alle peggio torture di Hostel, con tanto di trapani e di fiamme ossidriche, si vede Manzi aver tenuto in vita per più di vent’anni, a scopo di ricatto e vendetta ovviamente, quello che ormai è il cadavere vivente di Richie, il quale, dopo essere finalmente stato liberato da Joey, gli chiede di ucciderlo, poiché ridotto ormai a una sofferente maceria umana.

Che dire?! E’ davvero una piccola grande storia violenta, disegnata con tratto rapido e approssimativo, dai toni cupi e profondi, che dà una costante idea di movimento e che in effetti trasmette una notevole inquietudine, ma tutto sommato un fumetto impreciso, soprattutto nel rendere le fisionomie dei personaggi, quasi non fossero loro ad avere importanza.

Del film in effetti, visto ormai un bel po’ di tempo fa (2005), ricordo la freddezza dei personaggi, la loro impermeabilità, quasi che non fossero loro a raccontarsi percorrendo la loro vicenda, ma a parlare fosse la vendetta stessa che si autodescrive e solo in parte denuncia.

Di Cronenberg inutile parlare, resta in ogni cosa che fa uno dei miei idoli. L’aspetto più perturbante del film e del racconto per me è nel modo in cui viene raccontata la storia di violenza o la storia delle violenze. Il film funziona, anche esteticamente, secondo la stessa dinamica di base del fumetto, per poi però andare oltre e raccontare molto di più, facendosi inevitabilmente complesso.

La famiglia perfetta di libro e film, gli Stall che rappresentano l’umanità comune e bonaria, l’uomo semplice insomma che è in ognuno di noi, tranquillo e inerte come siamo potenzialmente tutti, di fronte all’evento inaspettato tira fuori il suo imprescindibile lato violento. Il film parla di una violenza inestirpabile, di una storia che è sempre uguale, che segue ogni volta le stesse dinamiche psicologiche, reiterata nella metamorfosi non solo di Tom, ma anche della moglie e del figlio maggiore (si esclude la bambina biondissima, quasi a voler la sciare fuori l’infanzia da questo ragionamento sulla componente più istintiva ed autodifensiva dell’essere umano). Il fumetto circoscrive l’uso della violenza ai soli personaggi “perduti”, volontariamente malvagi o in crisi, invece il film estende il discorso a tutto e chiarifica le dinamiche di esplosione della personalità anche sugli altri componenti della famiglia. Tom Stall ha conosciuto la violenza, degli altri e di sé stesso e ha scelto di allontanarla da sé, per poi scoprire durante la vicenda raccontata da Cronenberg che la natura violenta è la sua natura, profonda, ancestrale, non sradicabile, pronta ad esplodere in qualunque momento anche senza particolari motivazioni, una rabbia feroce irragionevole o dettata dalla difesa. Così nella pellicola anche la moglie Edie (che nel romanzo invece è un personaggio quieto, buonissimo e appena abbozzato, comunque non credibile) e il figlio Jack scoprono la loro violenza, per poi ritrarsi con addosso la paura che la loro oscurità possa riemergere, dalla carne e dalla mente.

In entrambi i casi il titolo resta enigmatico e geniale: Una storia violenta viene raccontata come vanno raccontate le storie che parlano di violenza, in maniera precisa, consapevole, senza fronzoli stilistici, con azioni secche e descrizioni immediate,accompagnato dalla fotografia netta e fredda del sempre geniale Peter Suschitzky, che ha lavorato a lungo col regista. Resta buona l’interpretazione di Viggo Mortensen, assolutamente perfetto per il ruolo e sorprendente nel cambiamento della personalità che si legge nei minimi movimenti del suo volto, solitamente non troppo espressivo, quando passa da buono a cattivo: nei primi piani è come se cambiasse sguardo, ha gli occhi degli schizofrenici (e io ne so qualcosa), ricorda ancora Spider. Ancora una volta nei film di Cronenberg la violenza si fa malattia, qualcosa di invasivo e contagioso, né giusto né sbagliato, né positivo né necessariamente negativo, semplicemente qualcosa che cambia e che spiazza. Si parla di nuovo di metamorfosi, ma lo si fa ancora meglio, in maniera sempre più secca e pulita, efficace e anche aiutata da budget più alti.

Rispetto al romanzo le modifiche narrative sono moltissime: il nome del protagonista è stato cambiato da Tom McKenna a Tom Stall, John Torrino è diventato Carl Fogarty e il nome del figlio di Tom è stato cambiato da Buzz a Jack. Nel libro Millbrook si trova nel Michigan mentre nel film è nell'Indiana (ma come spesso fa Croneneberg, il tutto è stato girato in Canada) e i boss non sono più di Brooklyn ma di Philadelphia. Secondo una rivista tedesca, David Cronenberg e lo sceneggiatore John Olson (pluripremiato per questo lavoro) hanno cambiato i nomi che sembravano italiani per evitare di anticipare i legami con la mafia. Il più grande cambiamento rispetto al libro riguarda il personaggio di Richie e la sua fine. Nel romanzo, lui e Tom sono amici d'infanzia, mentre nel film sono fratelli, modifica narrativa che amplifica moltissimo passato e presente di Joey. Mentre nel libro Richie viene catturato dai mafiosi e mutilato, nel film è un boss mafioso e tenta di uccidere Tom, il quale gli spara per fuggire. In conclusione a parte l’incipit il film prende tutta un’altra piega, è molto diverso dal romanzo, ma il significato della novella non cambia di una virgola, anzi, viene fatto percepire ancora meglio.

Consiglio a chiunque la lettura dell’uno e la visione dell’altro (nonché di tutta la filmografia di Cronenberg, s’intende!!)

Due parole sul Diavolo veste Prada.

Sempre nell’ambito di una rassegna che mi sono trovata ad organizzare con altre persone ho letto un libro che, se non fossi stata esplicitamente obbligata, forse non avrei nemmeno guardato, appoggiato sugli scaffali di qualche libreria. Questo è il secondo testo di Lauren Weisberger, che a quanto pare nei suoi primi due lavori (il precedente sarebbe Al diavolo piace dolce) resta più o meno sullo stesso argomento, prendendo spunto da ciò che sicuramente ognuno di noi conosce meglio: la propria vita. Negli stessi panni anche il regista del film omonimo, David Frankel, alla sua seconda fatica cinematografica, il cui esordio è costituito da un a me sconosciutissimo Promesse e compromessi(???), dunque un regista che si sta occupando di commedie più o meno romantiche, ma con qualcosa in più nelle tematiche, ancora tutto da scoprire. Del film dico che è passabile, abbastanza divertente, di certo non uno di quelli che si ricorderanno a lungo, ma per me è sempre spassoso veder ironizzare sul mondo della moda! Com’era prevedibile che fosse l’intera pellicola acquista valore quasi esclusivamente nella presenza di Meryl Streep, modificando notevolmente anche il ruolo nel romanzo del personaggio di Miranda Presley, per potersi concentrare ancora meglio su di lei. Riassumendo velocemente direi che il libro, scritto in maniera decente, ironico più che divertente, abbastanza fluido e pervaso da una discreta punta di cinismo, racconta la vicenda di Andrea, aspirante scrittrice, che rispecchia in parte i sacrifici fatti dall’autrice del libro ai suoi esordi come assistente di Anna Wintour, direttrice di Vogue, testata che qui diventa Runway. Miranda, assoluta protagonista del film, nel testo è un personaggio che incombe letteralmente sulla vita di Andy, ma pur sempre visto da lontano: freddo, disumano, senza possibilità di riscatto. Le differenze sono molte: nel romanzo risulta inferiore la presenza della vicenda sentimentale, che tuttavia come nel film resta sospesa nei meandri del tempo e delle vite che cambiano, sono quasi identici i personaggi che lavorano in redazione, con le stesse dinamiche esasperate, ma il romanzo si concentra molto di più su piccole follie psicologiche più che estetiche, come quella di un curioso portinaio che tortura chi deve entrare chiedendogli di cantare motivetti infantili e soprattutto su Andy e la sua migliore amica, Lily, ragazza geniale e inquieta dall’irregolare attività sessuale e molto attratta dall’alcool. Il libro in fondo si presenta molto più cattivo del film, così come immaginavo che fosse e non sfiora nemmeno il finale buonista in cui vediamo Andrea ricompensata di tutti i suoi sacrifici entrare come un treno nella redazione del New Yorker; nel leggere si osserva piuttosto una persona che è veramente disposta a tutto per poter fare il lavoro che sogna e che andrà sicuramente avanti su questa scia, alla quale alla fine la fortuna comincia a sorridere, ma anche in grado, letteralmente, di mandare tutto a quel paese una volta raggiunti i suoi limiti. Il film invece sceglie (non si sa bene se per motivi morali o economici, ma nel mondo del cinema, si sa, spesso tra i due mondi il confine si perde) di rendere in fondo umano e tormentato il personaggio di Miranda, quasi amabile e coraggioso (nel libro invece non è assolutamente così) nel suo perseverare nella lotta per mantenere uno status raggiunto dopo una vita di sacrifici, quasi vendicandosi su tutti gli altri, messi costantemente alla prova, dell’inevitabile scalata al successo che anche lei affrontò a suo tempo.

In entrambi i casi rimane un’idea molto malinconica del dedicarsi al proprio lavoro: il film lascia addosso la sensazione che per raggiungere alti livelli nel mondo del lavoro si debba rinunciare a molto della propria vita e della propria umanità, mentre il romanzo lascia spazio alla scelta consapevole e volontaria di strade alternative e più gradevoli, ma attraverso i personaggi secondari, come Alex e Lily, getta anche luce su un’inquietudine di fondo che l’autrice forse inconsapevolmente ha voluto raccontare, senza tuttavia chiarificarne l’origine e della quale ha dato idea senza in effetti parlarne mai. Al romanzo anche il “merito” in più di far percepire l’ansia di una vita condotta secondo un senso del tempo assurdo, davvero accelerato, dando l’idea che per molti non spingere il proprio assetto psico-fisico all’estremo equivalga necessariamente a non fare nulla della propria vita, cosa che insomma, potrebbe anche essere una scelta legittima, sacrosanta e consapevole!


lunedì 21 maggio 2007

un'estate in horror

ecco i titoli che usciranno quest'estate.
horror, of course

domenica 20 maggio 2007

È tornato!

Ed è più incazzato (e ingrassato) che mai!

Sto parlando di John Rambo, chiaramente!

sabato 19 maggio 2007

potremmo in qualche modo gemellarci

i contenuti sono buoni e scritti con ironia.
e più che altro, hanno uno dei migliori nomi di sempre, per un sito di cinema.
Film School Rejects

venerdì 18 maggio 2007

SModcast

poteva kevin smith mancare l'appuntamento con i podcast?
no

(oppure, ecco il suo blog)

Habemus RSS feed

Già già, siamo talmente tecnologicamente fighi da essere in grado di avere il nostro RSS feed per avvertire prontamente i nostri numerosi (!!!) lettori degli aggiornamenti.

Per ora il link è brutalmente schiaffato a destra, e diciamolo, fa abbastanza schifo a guardarsi. Ma funziona, cosa da non sottovalutare. Se qualcuno è in grado di migliorare l'aspetto del tutto, si faccia avanti.

martedì 15 maggio 2007

Il trailer del nuovo film della Pixar?



No, è il trailer di Team Fortress 2, gioco multiplayer di Valve che sarà allegato a Half Life 2: Episode 2.

Figo, non trovate?

dalla francia, col gondone (ovvero col preservativo)

pubblicità anti-aids francese, animata.
meravigliosa, meravigliosa, meravigliosa (versione straight e gay)
capolavoro.

d'altronde c'è chi ha preso la bastiglia
e chi ha il famly day.

(via boingboing.com)

Big Nothing

ci sono molti modi in cui potrei riasssumere questo film, o almeno iniziare a parlarne, proviamone almeno 2:
1-Jean-baptiste andrea, con billy asher ha creato una sceneggiatura non male, al limite tra il noir classico e la commedia nera. molto ritmo, molte idee, alcune risate. peccato poi che J-B andrea l'abbia diretto, questo film.

2-negli anni i "nuovi registi" hanno scopiazzato un po' di tutto: da tarantino, de palma ecc..ecc. ma non avevo mai visto qualcuno "ispirarsi " così tanto ai primi lavori dei coen. in particolare la sceneggiatura di big nothing ha molti elementi e ricorrenze coeniane (il ricatto, il morto-non morto, il logorroico, i criminali improvvisati, l'avidità, l'eleminazione dei protagonisti, l'idea del falso ecc, Jon Polito...), il che è curioso e interessante. Peccato che poi la regia sia quantomeno sopra le righe, con schermi divisi, momenti clipponi ecc.

Insomma, big nothing è un film coeniano girato da un tamarro.

dovrei aggiungere altro?
cosa?
ah, la trama.
charlie (il david schwimmer friendsiano) è un ricercatore disoccupato che inizia a lavorare in un call centre per aiutare la moglie poliziotta a portar la pagnotta a casa per loro e loro figlia.
al call centre conosce gus (simon pegg di hot fuzz..qui ciccionissimo..mi chiedo come abbia fatto a perdere tutti quei kili in meno di un anno, tra un film e l'altro). Il quale gli propone di ricattare il prete del paese, avendo in possesso i tabulati delle sue visite in siti non francescani. al duo si aggiunge poi la femme fatale di turno Josie (alice eve). IL piano è semplice ma le cose non vanno come previsto.

ripeto, c'è il lavoro sul genere (dalla voce off e oltre), personaggi quantomeno interessanti, morti ben studiate, una struttura che sta in piedi ecc..ecc..
ripeto nuovamente: per molti versi assomiglia a di Blood simple con più ironia.

peccato che questo tipo di lavoro sul noir sono quasi 20 anni che si fa.
e con più stile.

cmq film consigliato, giusto per mettersi lì e pensare: oddio, cosa poteva diventare questa storia in altre mani.

interspecies erotica, ovvero Sleeping Dogs Lie

"my name is Amy, and yes, at college I blew my dog".
ecco la prima frase del film, in voce over dopo un flash back della "vicenda" che accompagna i titoli di testa.
inizia così la commedia SENTIMENTALE sleeping dogs lie: amy (maestra d'asilo) sta per sposarsi con john e viaggiano a casa dei parenti di lei per ufficializzare la cosa.
tutto bene finché tra i due non scatta il giochino del "condividiamo i segreti" ed esce fuori il pompino al cane ai tempi dell'università e tutto cambia: amy si vede bistrattata da john e dai suoi religiosissimi genitori e cerca affetto in un suo collega ec...ecc..ecc.

film indipendente, borderline, di bob goldthwait, che trae vantaggio da un accadimento quantomai emm "forte" per una commediola su come i segreti nella vita di coppia facciano bene ec..ec..ec..
la cosa che stupisce è proprio questa, che un film "benstilleriano" (alcuni momenti sono simili a meet the parents) sia costruito attorno a un pompino a un cane senza però riuscire mai ad essere dissacrante e/o ad aggiornare il genere commedia sentimentale. infatti, a parte qualche montaggio ad effetto (cani protagonisti) e un'ideona che coinvolge Elvis (vedrete), il tutto rimane un po' scialbo, banaluccio, prevedibile; non c'è mai l'apoteosi del turpiloquio del quale smith è maestro, come non ci sono scorrette gag farrelly brothers' style.
Rimane un film che non è carne né pesce (parlando di animali) e con un difetto strutturale di base anche per una commedia sentimentale "classica" ovvero il "far perdere" il personaggio che allo spettatore risulta più simpatico e complesso (John), per portare al centro della vicenda un personaggio quantomai insopportabile.
insomma, un film che ha consumato tutto il suo coraggio nella battuta iniziale.

Si gioca coi ricordi

Ma non solo.



Rifacimento per Xbox Live Arcade di Prince of Persia, grande classico di quasi (oh cribbio...) 20 anni fa.

E poi, una perla più recente.



Trailer del livello di St. Francis' Folly tratto da Tomb Raider Anniversary, rifacimento del meraviglioso e indimenticabile Tomb Raider.

E per chiudere, il trailer del seguito di uno dei giochi più belli, e folli, mai creati. Questo che trovate qui sotto è il trailer di Osu! Takakae! Ouendan 2, seguito dell'omonimo rhythm game per Nintendo DS. Una piccola gemma di puro divertimento.

lunedì 14 maggio 2007

ugly betty in italia.

a leggere repubblica si direbbe che dal 18 maggio su italia uno arrivi ugly betty, una delle serie americane di maggior successo quest'anno. io ne avevo già parlato un po' di tempo fa dopo che la serie aveva già iniziato a raccogliere premi a destra e a manca.
e ripeto: prendete il diavolo veste prada, aggiungetevi:
- una protagonista veramente bruttina (no la solita gnocca "imbruttita" da un maglione di lana, coda di cavallo e occhiali).
- un background messicano, con i segreti di famiglia, l'immigrazione, l'abbigliamento e arredamento dai toni vivaci ecc. (questa è la novità più grossa della serie).
- alcune macchiette ben riuscite anche se scontate (il gay, la gnocca superficiale con disturbi alimentari ecc..)
- un po' di thriller e un mistero (che davvero poco c'azzecca con la serie).

il risultato finale è una serie anche piacevole da vedere, ma che ripropone pedissequamente la struttura delle serie classiche tradizionali, solo adattandola con situazioni e personaggi più originali.
struttura che è:
1-betty affronta le prese per il culo dei colleghi-macchiette (gag)
2- il suo capo ha un problema
3 il problema appare insormontabile
4 il capo sta per gettare la spugna facendo vincere l'antagonista di turno
5 betty interviene e risolve il problema
6 altre gag su betty e i colleghi
7 il capo la ringrazia
8 betty torna a casa dove con la famiglia ha problemi ben più grossi che quelli del capo, riflessione sulla vacuità della moda rispetto ai problemi reali di tutti i giorni.
9 però poi in famiglia ci si vuole tutti bene, nonostante i casini.

Se non sapete che fare e in tv c'è ugly betty, ok guardatela a cena o mentre preparate da mangiare.
se volte cercare invece una commedia che funzioni davvero, recuperatevi The office US.


venerdì 11 maggio 2007

Un Fido diverso dal solito



Qui trovate il sito ufficiale del film, dove è disponibile un altro trailer.

Lost, ovvero persi sulla via dell'inferno?

non commentiamo per ora l'episodio 20 della 3 serie (diciamo solo che offre un flashback di ben, la fine della dharma e..la realizzazione della profezia di mr echo).
ma parliamo d altro per un attimo.
dunque, nelle ultime 2 puntata (18-19 se non ricordo male) con l'atterraggio sull'isola della "missione di soccorso per desmond" e la relativa notizia che l'aereo è stato ritrovato nel fondo dell'oceano con tutti i passeggeri a bordo (morti), ha ripreso piede l'ipotesi che l'isola sia in qualche modo un luogo nell'aldilà.
a un certo punto la cosa è stata anche urlata, mettendola in bocca al padre di locke, che a seguito di un incidente stradale si è risvegliato sull'isola e fermamente convinto di trovarsi all'inferno.
a questo punto è lecito chiedersi, è una teoria possibile o no?
brevemente e con le prime cose che mi saltano in mente (ditemi voi le altre)

perché sì:
- sull'isola si vede la gente morta (ultima la mamma di ben, ma pensiamo al padre di jack, al compagno di manicomio di hurley ecc..)
- la nuvolona nera: cerbero o cos'altro?
- si spiegherebbero in questo modo tutte le stranezze dell'isola (locke cammina, hurley non perde peso, la gente guarisce dai turmori ecc..)
- tutti i personaggi sono in qualche modo colpevoli e peccatori, tutti hanno qualche cosa da scontare (sawyer, il coreano, la coreana, sajid. mr echo eccc..)
- il segnale lanciato dalla barca di desmond...ci dice che l'isola è situata dove non dovrebbe esserci che mare.

perché no:
- sull'isola si muore (sarebbe un po' una vaccata se si morisse anche da morti, no?)
- l'immaginario tecnologico anni '70. non vedo perché l'inferno non debba essere up to date.
- perché è stato troppo detto dalla serie. non credo che con 2 serie ancora da fare (ebbene sì lost finirà dopo la 5 serie) si giochino già la risoluzione in questa maniera.
ecc..

a questo punto se di aldilà si tratta credo che sia meglio ipotizzare che l'isola sia un territorio di confine, un "Portale" tra questo e quel mondo, scoperto e studiato anni fa dai ricercatori per essere poi infine soppressi dagli originari abitanti dell'isola (che siano i vivi o i morti nn so).
il problema è che si entrasse a parlare di portali e mondi paralleli, non se ne uscirebbe più (se non con la tartaruga magica).



giovedì 10 maggio 2007

hot fuzz



Per tutti quelli che, come me, se pensano a qualcosa Hot al cinema non gil appaiono davanti agli occhi tette e culi ma bensì i migliori momenti di hot shot! (1e2), bhè, è il momento di dare un'ammodernata al vostro orizzonte.
ma facciamo un passo indietro.
tutto è nato con Spaced (1999-2001).i tre sceneggiatori simon pegg (anche attore dei film), edgar wright e jessica stevenson hanno messo in piedi una serie tv parodica del genere fantascienza.
anni dopo ccc scrivono insieme la sceneggiatura di Shaun of the dead che è probabilmente il migliore film commedia inglese del decennio (ma anche di più), sarei anche tentato di parlarne ora, ma non mi sembra il caso.
invece affrontiamo hot fuzz, che ripropone gli stessi attori protagonisti di Shaun e nel quale wright dopo la fantascienza e l'horror, affronta l'action movie.
la trama ripercorre una fin troppo collaudata struttura narrativa: il cittadino che per un motivo o per l'altro si ritrova imprigionato in un paesino rurale (da doc hollywood a cars).
infatti Angel (Simon Pegg) è un poliziotto cazzuttissimo e severissimo con se stesso che presta servizio a londra, un professionista vero e pronto a tutto, Un giorno i suoi superiori lo trasferiscono in un paese sperduto nella campagna inglese perché la sua presenza ed efficacia a londra fa sfigurare tutti i poliziotti.
lui parte di malavoglia e fa fatica ad ambientarsi in un mondo in cui tutti chiudono un occhio davanti a crimini minori e la più grossa effrazione della legge sembra essere il furto di patatine in un supermercato e il suo impegno più gravoso consiste nel recuperare un cigno fuggito al suo padrone.


fin qui la struttura classica procede paro paro, ma con un montaggio serrato e quanto mai opportuno.
poi tutto cambia.
ovviamente qualcosa di losco accade nella cittadina il nostro eroe lo scopre e può sfogarsi in sparatorie, inseguimenti mozzafiato, scazzottate, fino a un combattimento godzilla style (giuro che è vero).

come in shaun of the dead, hot fuzz esterna la voglia di cazzeggio che è in tutti noi o, per megio dire, il giocatore di sparatutto che è in noi. ci propone situazioni e azioni che sono solo puramente divertenti, godibili, in un contesto in cui un calcio in faccia ad una vecchietta è cosa buona e giusta (così come sparare a un prete, ma questa è un'altra scena).
rispetto a shaun of the dead, però, la storia è decisamente più piatta e anche quando vuole prendere binari alternativi finisce con il ripetere qualcosa di già visto, non allontanandosi poi molto dalle strutture "classiche" hollywoodiane.
cosa lo salva e lo fa diventare un film piacevolissimo da guardare è il coraggio nello stile, l'ironia più sottile dei film parodistici americani e la volontà consapevole di mostrare un cinema d'azione al minimo comun denominatore (di nuovo, lo sparatutto) aggiornando nello stesso tempo un linguaggio cinematografico che esaspera il taglio tarantiniano e di rodriguez.

non dico altro non aggiungo altro.
non mi interessa il fatto che questo film evidenzi la chiusura della campagna inglese verso l'elemento alieno, privilengiando un solido mantenimento di uno status quo da cartolina ec..ecc..
ci sono inseguimenti, sparatorie un buon ritmo e una decina di battute memorabili. e questo mi basta.
non è shaun of the dead, d'accordo.
ma è un film fresco e godibile, di quelli che in italia non se ne fanno da decenni (più di 4 decenni, per l'esattezza)i

sono già entusiasta

*New* Fast Food Nation Trailer

Hi, I'm a Marvel...and I'm a DC. (Mac PC Parody) #1

lunedì 7 maggio 2007

Fast food nation - la banalità del "bene"


Richard Linklater è un regista che non è facilissimo da inquadrare
l'unica cosa che uno può dire tranquillamente di lui è che gli piace lavorare con ethan hawke. altro non so.
per il resto ha una filmografia molto ricca (è tra gli autori che han girato di più nel 2000) e variegata (da before sunrise a school of rock passando per waking like, e tante altre cose che non vi cito nemmeno, sempre tra l'indie e il mainstream).
questo fast food nation è uno dei suoi film più dichiaratamente impegnati, più voluto, forse (tematicamnente) più coraggioso, non so.
il film doveva essere un documentario, cioé questo nell'idea del giornalista Eric Schlosser quando gli ha proposto di rendere per immagini il suo libro/ricerca Fast food nation: the dark side of the all-american meal , poi linklater ha risposto una cosa tipo guarda son contento che hai cercato me per sto film, ma un documentario proprio no, ed ecco che ha creato questa storia con diversi personaggi di diverse età ed estrazioni che (a sentire il regista nella sua intervista a Sight&Sound) rappresentano tutti degli elementi autobiografici. Insomma, da un documento di denuncia contro il trash food e i suoi derivati il regista texano ne ha fatto un racconto suo, molto suo (a suo dire).
personale ma che gli ha causato molti problemi con distributori quali la wall mart e un boicottaggio a diversi livelli.


la trama.

una multinazionale concorrente di macdonald e burgerking per il mercato dei fastfood viene a sapere da una ricerca universitaria che ci sono tracce di merda (letteralmente, cacca..) nei loro burger. Per reazione mandano nel luogo di "produzione" uno dei loro manager (interpretato dal sempre più immennso Greg Kinnear) giusto per vedere che cosa c'è che non va.
nello stesso tempo assistiamo alla storia di un gruppo di mexicani che valicano la frontiera proprio per lavorare nella macellazione dei bovini, proprio per la produzione dei merdosi burgers, ovviamente fanno una vita di merda, perdono braccia e gambe nel lavoro, le tipe sono oggetto di molestie sessuali e si drogano ec..ecc..
nello stesso tempo siamo alle prese con la vita di una cara diciassettenne che lavora dietro il bancone vendendo i merdosi burgers. ha una mamma che fa "la giovine" (patricia arquette) e uno zio che si è giocato la carriera per il suo spirito rivoluzionario durante l'università (Hawke) e..insomma, alla fin fine si licenzia e aderisce a un imberbe gruppo di pseudo no-global con il quale provano a fare evadere le mucche destinate al macello.

mi fermo qui.

io del film non mi sono mica fatto un'idea. ha delle risonanze talmente banali e buoniste in mezzo a cose assolutamente carine.
ma proviamo a fare il giochino del più e del meno.

film da vedere perché:

perché è inutile essere tutti lì ad esaltare Report e beppe grilo, poi quando il cinema americano prova a fare una cosa di denuncia (con il suo linguaggio) diventiamo tutti cinici e diciamo evabbé buonismo di merda. Linklater riesce a parlare in un filmino di: immigrazione clandestina, additivi chimici nelle carni (legali), produzione di cibo di massa e tutti le sue innaturalezze, l'economia senza scrupoli e le sue azioni (illegali), idealismo giovanile e le sue conseguenze, la facilità di girare la faccia dall'altra parte. Cioè non ha fatto un capolavoro ma ha creato un ponte per veicolare informazioni in un formato diverso (e più godibile) del scimmione scimmiotato micheal moore.
Perché ha delle chicche e interpretazioni notevoli dalla arquette a hawke..ma a svettare è Kinnear con una recitazione sempre meravigliosamente sottotono.
Perché tutto sommato è una storia carina, con un buon ritmo e che, dai, funziona.


Perché no:

perché i temi sociali trattati dal cinema americano assumono quel tocco di artificiosità e di già visto insopportabile (non è un caso che in questo "genere" in europa abbiamo una marcia in più). Specie nella storia dell'immigrazione c'è un po' troppo: dalle droghe, al capo che chiede favori sessuali, agli incidenti mortali ecc.. non metto in dubbio che queste cose accadano, ma in un film meglio sceglierne una e le altre falle trasparire in un altro modo, non devi mica gridarmerle tutte nell'orecchio.
perché anche a 46 anni linklater sembra sempre fare film "generazionali" da e per ragazzi. ora, capisco che allo stato attuale delle cose non esistano esponenti di spicco delle nuove generazioni, ma però questo non vuol dire che i gggiovani vadano sempre e comunque raccontati così. Ammicca troppo linklater, dice troppo non riuscendo poi perfettamente ad integrare il lato "denuncia documentata del libro" a quello finzionale del film.
perché in ogni caso dai film indipendenti ci si aspetta qualcosa di nuovo e di diverso non solo tematicamente. non chiedo un'avanguardia, ma insomma, se non sperimentano un po' con il linguaggio film che in ogni caso non hanno il peso di una grande distribuzione, chi lo può fare allora?


dovessi riassumere il tutto, film da vedere..ma "cresci richard, che non hai più 20anni".

giovedì 3 maggio 2007

Una vita a tempo di film

Ho appena visto di vedere Clerks 2. Mi è piaciuto tantissimo, ho riso di gusto e ha dei momenti davvero indimenticabili, ma non voglio parlare di questo.

Sull'ultima scena del film mi accorto del parallelo che la mia vita degli ultimi dieci, o poco più, anni ha avuto con i film di Kevin Smith. È quasi inquietante la precisione con cui le sue pellicole hanno scandito il passare del tempo ed è impressionante come, per tanti versi, il suo crescere, maturare e invecchiare sia stato anche il mio.

1994, Clerks. Il periodo del cazzeggio, degli anni passati all'università a fare finta di studiare, a dare esami controvoglia nel tentativo di prolungare la giovinezza. Il film è in fondo molto simile: sboccato, irriverente, divertente fino alle lacrime, ma con la stessa voglia di non crescere, di rimanere ragazzi ancora per un po' e di godersi la mancanza di responsabilità.










1995, Mallrats. Questo l'ho visto anni dopo l'effettiva uscita, in DVD quando ormai mi ero trasferito già a Londra, ed è probabilmente il film meno ispirato di Smith. Va bene, non c'entra abbastanza un cazzo con la mia vita, ma andava citato per dovere di cronaca.







1997, Chasing Amy. Uno dei miei film preferiti di tutti tempi. Ancora incazzoso, sboccato e con gemme comiche di rara bellezza ("You fucking tracer!" o "Now that, my friend, is a shared moment."), ma cominciano a sorgere i primi segni di maturità. Le riflessioni sui rapporti tra le persone e le perle di saggezza che Silent Bob elargisce nella tavola calda sono cose che non si dimenticano facilmente, e dimostrano come, nonostante non abbia perso la sua vena comica, Smith abbia cominciato a pensare ad altro.





1999, Dogma. Per me l'anno che ha segnato il cambiamento netto è stato il 2000: ad aprile mi sono comprato la moto, poi rivenduta pochi mesi dopo, a giugno mi sono trasferito a Milano per lavoro e a ottobre ho mollato baracca e burattini e mi sono trasferito a lavorare a Londra, dove ancora risiedo. E contemporanamente, o quasi, Smith affronta un tema "spesso" come la religione. A suo modo, certo, ma è evidente come il periodo delle domande e delle riflessioni sia ormai avviato e inarrestabile.





2001, Jay and Silent Bob Strike Back. Smith cerca di riportare in vita il genere delle slapstick comedy. Il film è una serie di citazioni di citazioni di citazioni prese dagli altri film di Smith, dai lavori altrui e da altri media come internet e la televisione. Ci prova quasi seriamente a tornare il ventenne o poco più che tirò fuori dal cilindro Clerks, ma la vena non è più quella di una volta. E io nel frattempo mi adattavo a colpi di pinte di birra al mio nuovo stile di vita e cercavo di fare il cazzone a mio modo.





2004, Jersey Girl. Questo è nettamente il film che ha marcato la maturazione di Smith, ormai sposato e con una figlia (o un figlio?).
Non so perché, ma mi è sempre sembrato il perfetto "seguito" spirituale di Chasing Amy. Se in quest'ultimo Ben Affleck doveva accettare il passato movimentato della non così lesbica Alyssa (You're dating Fingercuffs?! Holy fucking shit!), in Jersey Girl invece ha a che fare con questioni molto meno "esotiche" come una bambina da accudire, un padre che sta invecchiando e ha paura di morire da solo e il desiderio di inseguire il miraggio di una vita passata. I temi sono simili per certi versi, quello che è diverso è l'età del regista e dello spettatore.
Io non ho vissuto niente di simile, lo confesso, ma mi sono accorto di essere cambiato con Kevin Smith perché il film mi è piaciuto, e molto. E mi sono anche reso conto che un film del genere, ai tempi di Chasing Amy, così come Smith non lo avrebbe mai girato, io non lo avrei mai voluto guardare.

2006, Clerks II. Si torna al Quick Stop, e si torna con la mente a quegli anni. Per Dante e Randal si tratta di ricordare delle giornate scanzonate passate nel negozio (o sul tetto dello stesso a giocare a hockey e a bere Gatorade), per me si tratta di ripensare al 30 meno 1 di Storia del cinema perché non mi sono ricordato che cazzo di avvenimento storico veniva nominato nel newsreel con cui si apriva Citizen Kane (l'invasione della Baia dei Porci, per la cronaca) e a tanti altri episodi più o meno felici (ti ricorda niente Pieve Ligure, Andre?).
Un film su come tutto cambi e come tutto rimanga uguale, come a dire che, invertendo l'ordine degli addendi, il risultato non cambia. O forse il risultato può essere diverso se lo si vuole davvero.



Non sono mai stato interessato alle persone famose, ma Kevin Smith è forse l'unico che vorrei davvero conoscere, per scoprire se quanto sopra è solo frutto dell'ora in cui sto scrivendo o sei ci sia qualcosa di vero.
E intanto un grazie a quello che è probabilmente il mio regista preferito, non tanto per la qualità dei suoi film, che adoro, ma per come mi faccia pensare ai fatti e alle cose e fare le 5 del mattino per scrivere su un blog.

Buona notte, o buongiorno, a tutti voi, amanti dell'interspecies erotica.